Scrittura automatica: il pulsante magico dei ricordi e delle emozioni

È proibito piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare,
avere paura dei tuoi ricordi.
A. C. Barrero

L’altro giorno ho insegnato in una classe nuova. Davanti a me avevo ventidue liceali che mi fissavano barricati dietro i loro banchi.

Un nuovo professore in quinta liceo è un’incognita, perché sai che sarà (o dovrebbe essere, almeno) la persona che si farà carico della tua preparazione non solo per l’esame di maturità, ma anche di dotarti degli strumenti necessari all’incontro con la vita da adulto che ti attende, oltre il terreno ovattato della scuola superiore.

Amo insegnare e fare formazione, è una passione che ha origini antiche dentro di me. Trovo che l‘empatia e la conoscenza degli altri, nel reciproco ri-conoscerci come individui ed esseri umani complessi sia una componente fondamentale delle relazioni di qualsiasi tipo. Ancor più importanti quando si lavora in contesti educativi, oltre che formativi in senso stretto.

L’altro giorno sarei potuta entrare in classe, fare l’appello e mettermi a spiegare Kant o il Risorgimento. Invece non l’ho fatto. Ho utilizzato quella prima ora insieme per insegnare loro qualcosa di molto importante, che non è nei manuali di storia e filosofia, ma che serve per tutta la vita.

Pratica di scrittura automatica

Dopo un primo giro di presentazione ho chiesto loro di prendere un foglio e di scrivere, senza pensare –  “Ricordi ed emozioni del primo giorno di scuola”.

Inizialmente sorpresi dalla richiesta, al suono del timer che indicava l’inizio della prova si sono buttati a capofitto nella scrittura. Ci sono stati alcuni che hanno faticato più di altri nella profanazione del foglio bianco, ma alla fine sono partiti anche loro, dopo aver superato lo scetticismo del non sapere cosa scrivere per i ben lunghi q u i n d i c i minuti.

Al suolo del timer che indicava la fine della prova hanno staccato la penna dal foglio con fatica, tanto erano immersi nella consegna.

Li ho osservati attentamente, i ragazzi. Facce stralunate di chi è stato strappato dal mondo dei sogni e sguardi sereni. Ho chiesto loro di dirmi come si sono sentiti e se avevano piacere di condividere i pensieri con la classe.

Quello che è accaduto mi ha commosso, tanto da faticare a trattenere le lacrime.

Uno alla volta hanno preso la parola e sui loro volti si accendeva fortissima la gratitudine di chi ha ricevuto in dono il tempo e gli strumenti per guardarsi dentro come mai avevano fatto fino a quel momento. Tutti, nessuno escluso, hanno dichiarato di sentirsi “bene”, “liberat*” “alleggerit*” “felice” “piacevolmente sorpres*”nell’aver riportato alla luce non solo ricordi ed emozioni lontane, ma anche paure che serpeggiavano sotto pelle e a cui non era stato attribuito un nome in grado di evocarle e disinnescarle.

Abbiamo parlato a lungo e riflettuto sui significati di quelle condivisioni.

Un ragazzo ha voluto leggere alla classe tutto il suo elaborato. Era scritto male, ovviamente, come succede quando si scrive senza pensare e senza rileggere, ma porterò con me  le sue parole. E tratterrò con me le sue lacrime che scendevano a pioggia, mentre leggeva con voce tremante ai compagni la sua riconoscenza per essere stati una famiglia e il terrore per la vita da adulto che lo aspetterà fuori da quel portone del liceo. Una vita fatta di sogni da realizzare, ma anche di scelte difficili, di addii, di abbandoni e di delusioni, di nuovi inizi.

Erano lacrime grate e liberatorie come sanno essere le lacrime autentiche di chi ha paura, voglia di crescere e la necessità di sentirsi accolto e com-preso.

scrittura automatica

 

 

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