Scrivere per gestire lo stress


“I grandi dolori ci rendono insensibili ai piccoli, e, viceversa, in assenza di guai seri, le più minuscole contrarietà ci tormentano e c’indispongono.
I.D. Yalom”

Viviamo di corsa. Corriamo da un impegno all’altro, da un appuntamento all’altro, da un pensiero all’altro. Il nostro povero cervello è costretto a gestire molteplici attività nella vana speranza di mantenere alta la soglia dell’attenzione e dell’efficienza.

Fermarsi o rallentare non è possibile, nella maggior parte dei casi. Chi non riesce per indole, chi semplicemente non può farlo perché si ritroverebbe ancora più ingolfato per colpa degli arretrati. Le malattie correlate allo stress sono in aumento e tutti saremmo ben felici di ricevere in dono un pacchetto di tempo giornaliero prolungato per poter godere almeno di qualche attimo di tranquillità.

La ricetta della calma interiore non esiste. O meglio, ne esistono diverse e ognuno trova la strada che gli è più congeniale. Abbiamo visto insieme quanto la scrittura sia benefica per la risoluzione dei conflitti interiori, per acquisire maggiore consapevolezza e lucidità, per far riafforare e poi curare le ferite del passato. Tutte queste operazioni apportano un aiuto importante e un regalo per noi stessi, soprattutto nel medio e lungo periodo.

Ma cosa e come scrivere nei periodi in cui lo stress ci strazia la pancia e i pensieri si aggrovigliano in nodi sempre più stretti tanto da farci perdere la lucidità?

La scrittura, ispirandosi a modelli mindflulness, ci tende una mano. Quando viviamo nell’ansia del futuro o catturati dai fantasmi del passato, l’unica via di fuga è il presente. Solo concentrandoci sul qui e ora possiamo ristabilire quella calma interiore che ci aiuterà ad assumere nuove prospettive e una maggiore lucidità.

Gli esercizi che possiamo suggerire a riguardo sono molti e variano a seconda del contesto. Ce ne sono alcuni che stanno bene su tutti e che siamo certe saranno un ottimo inizio nella lunga strada della ricerca della serenità.

Bastano 5 minuti al giorno.

Sono pochi, non trovi? Puoi usare la pausa caffè del pomeriggio, la mattina mentre aspetti che il tè sia pronto o l’attesa in macchina davanti alla scuola dei tuoi figli.

Esercizio 1

Inizia a descrivere cosa vedi. Può essere un dettaglio dell’abitacolo della tua macchina, il tuo cappotto o la signora in piedi davanti a te. Descrivi ciò che vedi come se tu fossi una telecamera dotata di tutti i sensi, cerca di notare tutti i dettagli, i colori, le forme, i profumi, i suoni.

Adesso vai oltre e descrivi gli odori che percepisci, la sensazione della tua mano che sorregge la penna o picchietta sui tasti del telefono o del tablet.

Ancora un passo. Scrivi come ti senti. Non in generale, ma in questa situazione. Che sensazione ti provoca ciò che vedi, odori, ascolti, tocchi?

Esercizio 2

Sempre nei soliti 5 minuti prova a stilare la lista quotidiana dei pensieri positivi e delle cose che ti rendono felice e ti fanno sentire grato e fortunato. Possono essere (e spesso sono quelle più importanti) cose piccole: un messaggio da una persona cara, un fiore coraggioso cresciuto su un davanzale, un tramonto, la gentilezza di un collega.

Esercizio 3

Un altro esercizio semplice ed efficace è quello di pensare ogni giorno ad una situazione complicata che sei riuscito a risolvere. Può essere un litigio, il tema della maturità o un colloquio di lavoro, un evento in cui il superare la prova ti ha reso fiero di te.

Quando lo stress e l’ansia aumentano e c’impediscono di godere della serenità è necessario trovare il modo di fermarli.

Noi ti proponiamo la scrittura, ma c’è chi


preferisce lanciare i sassi nel fiume, camminare nel bosco, chiamare la migliore amica.

A ognuno il suo, dicevamo all’inizio.

L’importante è che funzioni.  Facci sapere come ti sei trovato o raccontaci la tua esperienza nei commenti o scrivendoci una email.

scrittura per combattere lo stress

Annunci

“Pensavo fossi fragile” Autobiografie e Trasformazioni

Il mio nome è memoria. Sono la vostra più preziosa amica. Sono la buca in cui non ricadere e la strada sbagliata da non imboccare la seconda volta. Posso essere la vostra più temibile nemica. Perché sono l’occhio che fotografa la vostra vergogna nel buio di una stanza.

Alessandro GHEBREIGZIABIHER (“Il dono sella diversità”)

Quando si scrive di sé, facendo un lavoro autobiografico, accade qualcosa di speciale. Ognuno entra in contatto con il proprio linguaggio, costruendo il proprio personale linguaggio interiore, che sia fatto anche delle avventure vissute, dei ricordi più delicati, dell’inflessione della voce di una persona cara, di frasi ricorrenti nel glossario di famiglia. Dentro ci sono infinità di cose, i gesti di una nonna che faceva biscotti, il profumo di quei biscotti (che raramente si torna ad incontrare fuori da quella speciale cucina), il suono del dialetto parlato in casa. Ci si accorge presto che, nel solo narrare qualcosa di accaduto, la storia cambia, arricchendosi a contatto con la realtà che vive al di fuori del ricordo, nel presente.

Si realizza un vero e propriolinguaggio per sé” (Vygotskij) che parla a se stesso e quindi si nutre di una speciale libertà, di forma e parole, senza vincoli a decidere o frenare il tutto, pur calato in quella che è la vita del narratore in quel momento. 

Un aspetto che stava molto a cuore ai narratori incontrati durante l’esperienza di Scrittura Nuda è il timore per la fragilità delle memorie narrate. Prima di scrivere si ha molto spesso paura di non saper riportare quanto si sente di dovere. In fase preparatoria,questo aspetto veniva palesato, un timore ben specifico rispetto ai ricordi che si è deciso di scrivere. Un timore che portava con sé una delicatezza che aveva una particolarità. La paura era precedente il racconto. Significa che si palesava nel giro di domande fatto prima di tuffarsi nell’esercizio, una serie di punti interrogativi che chiedevano quanto si sarebbe stati in grado di raccontare davvero l’avvenimento, il momento, l’episodio che si voleva mettere su carta nei minuti a disposizione. Una fragilità che era lì da tempo e che aveva sempre impedito di affrontare quanto si voleva raccontare, ancor prima di farlo, anzi era il motivo per cui ci si impediva di farlo, il feroce “non sarò capace” che ci trattiene mille volte, nella vita a 360°, dal fare quanto invece merita di essere fatto.

In questo il gruppo è di grande aiuto, perché le timidezze, incontrandosi, si scoprono coraggiose e superato il timore anticipatorio, parola dopo parola, la storia arrivava. Sapere che ci sarà un ascolto, rende maggiormente piacevole scrivere, raccontarsi. 

Cosa accade, quindi, alla fragilità che precede, spesso accompagnata dalla paura? Che viene trasformata nella distanza che segue, con una riscoperta forza. Scrivendo, chi narra, lasciandosi andare alle emozioni, accogliendo i particolari che si presentano alla mente, finisce con il definire una storia coerente e chiara, comprensibile e piena di sfumature che, messe su carta, rendono piccola la grande fragilità che prima spaventava, così piccola che è possibile mettersela in tasca e andare avanti fischiettando. Si innesca una distanza buona che permette di descrivere quel particolare piccolo momento della vita, in maniera rispettosa, nuova, arricchita da nuovi particolari che non si erano notati prima.

Una volta organizzati, gli eventi sono spesso più piccoli e facili da affrontare, anche se un evento non ha senso, sul piano psicologico esso si completa.

Pennebaker (1990, “Scrivi cosa ti dice il cuore”)

Chi scrive ristruttura il racconto e facendolo ne disfa la fragilità proprio perché organizza la storia che lo vede protagonista, diventandone “padrone”. Scrivere la propria storia non significa solo portare fuori quanto era tenuto dentro, liberare le parole prigioniere. Significa riscrivere, dare un nuovo senso che trasforma.  La fragilità, spesso accompagnata dalla confusione che mischia tutto, una nebbia pericolosa e vischiosa, si dissolve, anche quello che sembrava non avere senso acquisisce significato.

Qualcuno ci ha scritto “Pensavo fossi fragile” siamo felici che possa aver portato via con sé qualcosa di nuovo, non la semplice consapevolezza degli eventi, ma un nuovo stimolo interiore a leggerli dentro un nuovo racconto che potrà, se vorrà, diventare l’inizio di qualcosa di simile a quello che chiamiamo cambiamento.

Scrivere il diario personale ci aiuta?

Questo è un diario e dunque abbandonati, svela qualsiasi nascondiglio della tua anima. Di che hai paura? Non temesti la morte, sfidasti qualcuno. Quel che ti è rimasto, in te ancora sepolto, aprilo alla luce, stendilo nella scrittura. Questo è essere uomo.
(M. Tobino, Gli ultimi giorni di Magliano)

Scrivere fa bene. Lo avevamo intuito in modo empirico e anche gli studi ci hanno confermato ciò che era percepibile dai sensi.

Il primo approccio con se stessi e la scrittura autobiografica la sperimentiamo spesso tramite il diario. La Storia ce ne ha forniti di celebri:  Anna Frank,  Quenau,  Kierkegaard, Anais Nin, Virginia Woolf  solo per citare i primi che mi vengono in mente.

L’essere umano ha sempre avuto la necessità di appuntarsi stati d’animo o eventi significativi. La memoria è labile e ingannevole, applica filtri dei quali non sempre siamo consapevoli.

A ognuno il suo diario: ne esistono delle tipologie più diverse e anche gli approcci sono molteplici: c’è chi scrive ogni giorno, chi quando soffre.

Io, ad esempio, scrivo in modo discontinuo e con approcci diversi. A volte sono semplici flussi di coscienza, altre riflessioni confuse e contorte. Se dovessero finire in mani esterne, chi legge si farebbe l’idea di una persona infelice e depressa, quando in realtà, io uso i quaderni solo in stati d’animo di sofferenza e raramente ricorro alla scrittura diaristica quando sono felice.

Il dolore e la sofferenza, a ben pensarci, beneficiano di un lessico più esteso e di una letteratura più ampia e maggiormente articolata, rispetto al benessere.  Non è un caso. Il dolore ci porta a un ripiegamento intimistico e alla riflessione. La felicità ci allarga le braccia al mondo e all’esterno.

Scrivere un diario in autonomia è utile, ma non sufficiente.

Con Scrittura Nuda, infatti, vogliamo proporre un iter guidato che supporti la spinta autobiografica attraverso un percorso di autoconsapevolezza. Lo sguardo esterno  – che sia del conduttore o del gruppo – è determinante per soffermarsi sui nodi e sugli aspetti che sfuggono allo sguardo interiore.

Con te stesso puoi bluffare, con l’altro da te, no. Si è nudi davanti a se stessi e davanti a ciò che si cerca di evitare, spesso inconsciamente. Ma è un disvelamento protetto e sicuro.

Scrittura Nuda è la SPA dell’anima, così l’ha definita una persona che ha partecipato al primo incontro.  E non posso che essere in sintonia con questa definizione.

Ti è mai capitato di tenere un diario? Per quanto tempo? Che benefici ne hai tratto?

[A breve uscirà il calendario con le date 2017. Abbiamo previsto un ampliamento dell’offerta. Puoi scegliere:

  • La città:  Torino, Milano, Lucca e presto Roma
  • La durata: seminario di un giorno, un intero weekend, gli incontri serali
  • La modalità: in gruppo o in sessione individuale.

QUI trovi il form se hai bisogno di maggiori informazioni.]

scrivere diario