Tra Redenzione e Contaminazione – Come racconti di Te?

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
José Saramago

Siamo tutti narratori e, così come è impossibile non comunicare, come scriveva Paul Watzlawick, non possiamo non raccontare. Ogni giorno, ognuno di noi, crea la sua realtà e la condivide con gli altri attraverso storie. Storie che parlano di noi, non solo perché ne siamo protagonisti, ma perchè vengono create sempre, anche quando non ce ne avvediamo, con un significato e uno scopo precisi, tagliati a misura del narratore.

Prendete il come raccontate.  Ognuno di noi ha un suo modo di creare il racconto dei propri eventi di vita. Se ci fate caso, mentre spiegate quello che avete fatto ieri o parlate con una persona su cui vorreste fare colpo, vedrete che anche un piccolo evento della vita verrà raccontato in modo differente proprio per il fine e il significato che gli attribuiamo.

Facciamo un esempio. Lo stesso evento, aver partecipato ad una festa, avrà tutto tutt’altro stile se raccontato alla mamma, ad ogni età, che chiede se avete fatto tardi o ad una persona che ci piace. Toni, parole, immagini usate diventano tutta un’altra storia e non necessariamente mentendo o inventando, solo rinvigorendo alcuni particolari invece che altri.

Ognuno di noi è narratore della sua vita, un narratore che cambia la storia man mano che accadono le cose, che si impegna in un “atto di creazione”, dice l’antropologa Mary Catherine Bateson che si trasforma in continuazione, mettendo insieme i pezzi della storia secondo un disegno unitario unico e personale, che viene deciso da noi. Gli stessi eventi creeranno quindi storie diverse se diversi saranno i narratori.

La psicologa Dan McAdams (Narrating the generative life. Psychological Science, 26 del 2015) della Northwestern University, studia da trenta anni quelle che definisce l’identità narrativa, che potremmo descrivere come la storia tagliata su misura per noi secondo i nostri personali ingredienti, definendo un vero e proprio mito personale. Un mito che contiene dentro di sé l’idea di cosa sia un eroe buono e uno cattivo, che parla di sfide da superare, sofferenza, felicità. Quando vogliamo farci conoscere dall’altro, ecco che gli proponiamo la nostra storia o piccole parti di questa e chiediamo si faccia lo stesso, per capire chi abbiamo davanti. Quelle che facciamo ogni volta che ci raccontiamo sono “scelte narrative”. Scegliamo di dare enfasi su elementi positivi o negativi, a seconda di come siamo, interpretando un medesimo evento come buono o cattivo in maniera del tutto nostra.

Book History Tell Narrative Fairy Tales Dream

Studiando le storie per anni, Mac Adams* è arrivata a ritenere vi siamo due modi di raccontare storie.

DAL MALE AL BENE

Da una parte ci sono le persone che mostrano un atteggiamento positivo e costruttivo, con il pensiero rivolto al futuro della società e delle generazioni. Si tratta delle storie chiamate di redenzione (redemption), dove si passa dal male al bene. Come scegliere di parlare di eventi difficili ma arricchenti, tipo occuparsi degli altri, la morte di una persona cara che rinnova il desiderio di stare vicino agli altri. Solitamente si ritiene che questo metodo narrativo, questa maniera di parlare della propria vita, sia attribuibile a chi sente di avere una vita piena di significato. In questo caso, infatti, racconterà storie di crescita, di legami con gli altri, storie per la comunità, piene di azioni costruttive. Al centro dei racconti avremo un messaggio positivo.

DAL BENE AL MALE

Dall’altra parte, ci sono le persone che hanno un atteggiamento ansioso e negativo, che rendono le loro storie tendenti ad aspetti depressivi, talvolta anche meno coerenti nello sviluppo della storia, ma con un filo conduttore, la trasformazione, contaminazione (contamination) di storie positive con aspetti spiacevoli. Storia dove, partendo da situazioni positive, si passa al male. Si parte dalla nascita di un bambino per terminare con un lutto devastante, subito poco prima o dopo. Si tratta di persone meno partecipi alla società.

Un diverso modo di narrarsi accompagna un diverso livello di adattamento alla società e alla vita in genere. Spesso, in terapia, si lavora per modificare e interpretare le storie della nostra vita in un modo diverso, dando altri significati, permettendo di riscrivere le storie in maniera più positiva, dando più controllo al narratore, in termini positivi e costruttivi.

E’ bene essere consapevoli del proprio modo di prendere posto nel mondo, se in maniera positiva e negativa, se adattandosi costruttivamente o con toni depressi e passivi. In questo compito, la scrittura ci fornisce una strada maestra per sondare il nostro modo di raccontarci. Fate una prova, raccontate su carta un episodio capitato ieri, da dove partite? Con che toni? Con quali parole? E come decidete di scrivere il finale?


*Articolo della dr.ssa Mc Adams et al. “PERSONALITY AND SOCIAL PSYCHOLOGY BULLETIN” REDEMPTION AND CONTAMINATION, When Bad Things Turn Good and Good Things Turn Bad: Sequences of Redemption and Contamination in Life Narrative and Their Relation to Psychosocial Adaptation in Midlife Adults and in Students.

 

 

ARTICOLO A CURA DELLA DOTT.SSA MARZIA CIKADA, PSICOLOGA, PSICOTERAPEUTA, BLOGGER.

 

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RdM – Riso e Indivia di Marina

Ricette della Memoria

La Ricetta di Riso e Indivia

(cucina romana)

Per 4 persone:

Riso  2 etti

1 cespo di indivia (solo la parte interna quella più bianca)

2 cipolle medie

Brodo

Olio qb

Sale qb

Per la preparazione:

In un recipiente capiente mettere  le cipolle con acqua e olio, dopo averle tagliate molto sottilmente, e farle cuocere molto lentamente.

Dopo che si sono ” ammalvite’ ( cotte molto bene), mettere la parte interna dell’indivia, dopo averle ben lavata , far cuocere anche quest’ultima molto lentamente.

Dopodiché “buttare” il riso, e farlo insaporire nella cipolla e indivia.

Versare il brodo, a seconda di come si vuole la minestra più o meno brodosa, e lasciar cuocere il tempo dovuto. Quando la minestra si porta in tavola, cospargere abbondante parmigiano.

N.b. Il brodo può essere anche quello con il dado, non sempre si ha tempo di fare il brodo, va comunque bene.

Un dono speciale per un amore speciale

Questo ricetta è stata da me regalata, su loro richiesta, a due giovani ragazze che si sono sposate, ed hanno preteso come “regalo di nozze” ricette dai loro ospiti.

Storia e ricetta, scritta e vissuta da Marina

RdM – La Frittata arrotolata di Veronica

frittata arrotolota

La Ricetta della frittata arrotolata

Per l’impasto:
5 uova
olio evo qb
sale fino qb
1 cucchiaio raso di farina
Per la preparazione:
Prendere 5 uova, dividere l’albume dal tuorlo. Montare gli albumi a neve.
Mettere in una terrina i tuorli con un cucchiaio di olio e un cucchiaino di sale, sbattere con il frullino, amalgamando a poco a poco un cucchiaio di farina (meglio se si riesce a setacciarla, ma alla fine va bene lo stesso, solo attent* ad amalgamare per bene).
Poi aggiungere gli albumi montati a neve e mescolare con un cucchiaio, non più con il frullatore.
Oliare la carta da forno disposta su di una placca da forno, versarci sopra il composto livellandolo con una spatolina, mettere nel forno caldo e cuocere per 5 minuti. Il composto si dovrà gonfiare e divenire leggermente imbrunito
Poi sciacquare un asciugapiatti e strizzarlo bene. Disporlo sul tavolo e rovesciarci sopra la frittatina.
Sulla frittata disporre 4 foglie di insalata (morbida), 3 fette di prosciutto cotto, un paio di fette grandi di peperone arrostito, meglio se bicolore (solo per l’estetica).
Arrotolare la frittata su se stessa, stretta ma non troppo, i bordo finale può essere cosparso con un po’ di maionese che farà da colla per la chiusura del rotolo, ma non è indispensabile.
Arrotolare nell’asciugamano umido e mettere in frigo.
Prima di servirla tagliarla a fette.

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Un “boh” pieno di stupore

“Il possesso della conoscenza non uccide il senso di meraviglia e mistero.
Anaïs Nin”

Due parole, o forse poche di più, sul laboratorio di sabato 1 aprile a Roma.

A me e a Marzia è venuto da pensare che quando un progetto è elaborato con cuore e consapevolezza (e ci piace pensare anche professionalità e competenza) non importa se hai cambiato data all’ultimo momento per cause di forza maggiore,  non importa se si svolge in pieno centro o in cima ad una montagna, perché i risultati saranno sempre meravigliosi.

Per noi è stato un incontro speciale, come le altre volte, ma sempre diverso, sempre nuovo. Nuove storie, nuovi volti, nuovi abbracci finali, nuove lacrime e nuovi sorrisi ad amalgamare il gruppo e noi conduttrici, senza essere “colla” – come ci ha ricordato una delle partecipanti.

Sono stati trattati diversi temi e nuovi spunti a più voci hanno permesso di rielaborare, masticare, mollare pesi passati e mettere in prospettiva nuove idee; di imparare a prendere per mano la propria ansia ed accompagnarla fuori, che un po’ d’aria fa bene anche a lei.

Abbiamo imparato che respirare è l’azione che ci tiene in vita e quella che ci segnala quando fermarci, un gesto semplice, che diventa molto complicato quando pancia e cervello non dialogano.

Le paure le abbiamo guardate, abbiamo sprimacciato lenzuoli lisi di fantasmi che per troppo tempo terrorizzavano nel buio dei ricordi. Abbiamo scoperto che ci si può concedere di essere troppo e che la felicità non è mai frutto della fortuna, ma del sudore; che non c’è NOI senza impegno e dedizione e fatica.

Abbiamo compreso che la vita è una scalata su una montagna di seimila metri in Sud America, in cui spesso si è mal equipaggiati e in cui è solo la nostra forza di volontà che ci permette di dosare forza, equilibrio, volontà e coraggio per arrivare sulla vetta e godersi anche le vertigini del viaggio.

Che a chiedere aiuto s’impara e che a dire di no si fa del bene a noi e a chi ci sta intorno.

E, soprattutto, che lo stupore ci sorprende in momenti, luoghi, volti ed esperienze, se solo noi ci concediamo di osservare la realtà con occhi nuovi.

Ancora grazie, con tutto il cuore.

Dell’immensità di Roma, stavolta, ci ricorderemo il calore e la forza delle parole che avete condiviso tra voi e con noi.

Veronica e Marzia