Quando si scrive l’Amore – Scrittura relazionale

“[…]non puoi capire il favore che mi fai, che le riporti tutto indietro.”

Lo capivo invece […]

La gente è disposta a pagare […] se può evitare il dolore, è disposta a pagare pur di non guardare in faccia il fallimento. Ludovico aveva detto una frase importante: nella sua ottica io stavo riportando tutto indietro. Fu allora che compresi l’enorme valore simbolico della restituzione quando due persone si lasciano.

Vins Gallico “Final Cut”

Le prime parole che scriviamo, sono spesso parole d’amore.

Amore per un genitore, per un animale domestico, un amico, un fratello, Babbo Natale. Impariamo a scrivere per dare un nome e una forma a quel sentimento che proviamo dentro, per capirlo, per imparare a vivere con quel meraviglioso segreto che è amare.

Scrivere e Amare quanti punti di contatto hanno?

Quando si mette mano alla penna, specie se siamo nell’età dei primi innamoramenti, è per NECESSITA’. Spesso per la necessità di non esplodere, scrivere mille volte la stessa frase, che sia un timido TVB o un sonoro TI AMO con tanto di cuoricini sulla I, è il modo che troviamo per tenere sotto controllo le nostre forti emozioni. Vogliamo sentirci amare e sentire la vita che ci scorre dentro nel provare quell’emozione così piena, così strana, così potente. E sappiamo bene, quanto quel potere possa essere positivo o farci stare malissimo. Allo stesso tempo, quando una relazione finisce, spesso è alla carta che affidiamo i nostri pensieri, il dolore della rottura, le lettere agli amici o alla persona amata, per cercare di capire, per rimettere insieme i pezzi, per fare ordine nel disordine dei sentimenti.

Come le relazioni che intessiamo con gli altri, specie se amorose, specie le prime, hanno un peso significativo sull’idea che costruiamo di noi stessi, su quello che penseremo di noi, su quello che crederemo di valere.

Quando si parla d’amore e di relazioni, nei Laboratori di Scrittura Nuda, la temperatura emotiva si alza sempre. Perché l’amore, in tutte le sue forme, diventa facilmente fonte di riflessioni su come guardiamo alla nostra vita. Come amiamo, chi scegliamo di amare, quanto riusciamo a costruire con chi amiamo, quello che resta nostro dopo una rottura, sono tutti elementi fondamentali nel delicato quadro della nostra vita. Ogni gesto d’amore, fatto o ricevuto, una nuova pennellata. 

Scrivere dell’amore vissuto, significa scrivere di come noi lo abbiamo vissuto e fatto nostro. Significa avvicinarsi, molto più di quanto si creda, a noi stessi, ancor più che alla persona amata. Per questo scrivere di amore e relazioni, traccia un ritratto di noi stessi e ci permette di conoscerci, attraverso le emozioni provate, piacevoli e spiacevoli che siano state.

Condividere poi quello che abbiamo scritto, ci permette di sentire l’empatia degli altri, di perdonarci alcune debolezze, di riconoscere l’umanità delle nostre emozioni, accogliendo anche quelle sensazioni difficili, come la mancanza, che ci appesantiscono il passo. Spesso, negli incontri di scrittura dedicati alle relazioni, si parla di quelle terminate, l’obiettivo e fare in modo che anche le emozioni spiacevoli, una volta scritte, possano trovare un loro posto a tavola, che sia possibile arricchirsi e imparare dando un significato a quanto si è vissuto anche se racconta di un amore finito. Prendiamo con noi l’eredità di quella storia, crescendo e facendo spazio per il futuro.

Ma scrivere l’Amore è anche imparare ad esercitare la bellezza di questo sentimento, per esempio scrivendo lettere d’amore, valide ed emozionanti anche ai tempi dei Social, dove possiamo trovare le parole giuste per comunicare a chi amiamo, i nostri sentimenti, ricordandoglieli o svelandoglieli ancora più chiaramente. Un esercizio che rinforza e riempi di gratitudine noi e chi riceve poi le nostre creazioni.

[…]Noi pensiamo allo stesso modo. Leggiamo le nostre menti. Sappiamo ciò che l’altro vuole senza chiedere. A volte ci irritiamo un po’ l’un l’altro. Altre volte, forse, ci diamo per scontati. Ma di tanto in tanto, come oggi, penso a tutto questo e mi rendo conto di quanto sono fortunato a condividere la mia vita con la più grande donna che abbia mai incontrato. Sei ancora affascinare e mi ispiri. Mi incoraggi al meglio. Sei l’oggetto dei miei desideri, la prima ragione della mia esistenza sulla Terra.

Lettera scritta dal musicista Johnny Cash

per i 65 anni della sua amata June Carter, il 23 giugno 1994.

Scrivere d’amore  è arricchirsi, perché in questo sentimento sono moltissime le emozioni che trovano casa. Farlo insieme ad altri diventa un modo per capire il nostro modo di amare, affrontando anche gli aspetti delicati e dolorosi, certamente, esercitarci nel dare spazio a quello che proviamo, con carta e inchiostro, è sempre una belle occasione per innamorarci di noi stessi e non farci mancare mai il nostro stesso supporto.

ARTICOLO A CURA DELLA DOTT.SSA MARZIA CIKADA, PSICOLOGA, PSICOTERAPEUTA, BLOGGER.

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Come fosse La Prima Volta – Scrittura degli Inizi

 

Il verbo adatto alla gioia: cominciare.
Peter Handke

 

La bellezza degli inizi è innegabile. E’ facilissimo averne riprova, proviamo a rammentarle insieme? La prima volta che siete saliti su una bici, la prima volta che avete baciato, la prima volta che avete volato o visto nascere una vita. Le ricordate? Molto probabilmente si. E insieme all’immagine, sale in fretta alla mente la sensazione emotiva che vi è legata. Allegria, malinconia, tristezza, rabbia, paura, gioia. Sono tutte emozioni importanti per la nostra crescita e consapevolezza.

Per questo è bene tenerle a mente. Attraverso la scrittura è possibile lavorare su diversi aspetti della memoria, coinvolgendo le emozioni che in determinati ricordi sono conservate. Infatti, possiamo, non solo dare voce ai ricordi rievocandoli ma riportare al presente l’emozione che a questi è legata e renderla più nostra, presente, o elaborata, quindi libera di lasciarci (e noi di farci lasciare).

 

Il PRIMA è l’inizio di ogni DOPO

L’entusiasmo con cui ci affacciamo ad una nuova esperienza è una carica che ci arriva dritta al cuore. Scrivere ci aiuta a tornare a quella carica, a ricordare l’energia che abbiamo dentro di noi quando siamo in procinto di vivere un momento per noi nuovo.

Esempio. Pensiamo di non poter più provare l’entusiasmo che sentivamo la prima volta che siamo usciti di casa da soli per fare una commissione. Ma quell’entusiasmo è ancora lì. Proviamo a scrivere come ci sentivamo. Cosa era successo quel giorno, cosa sentivamo in quel preciso momento. Un misto di adrenalina e tensione, un solletico pieno di entusiasmo a scoperta. Cosa significava per noi quel momento?

Allo stesso tempo, tornare a prime esperienze anche non del tutto gradevoli e ben riuscite, ci permettono di prendere appunti per quelle che verranno dopo. Possiamo costruire un dopo migliore partendo da un prima negativo.

Esempio. Il primo colloquio di lavoro andato male, cosa è successo? Prima di tutto: come ce lo raccontiamo? Proviamo a scriverlo, in soli 5 minuti, di getto. Dopo averlo fatto, rileggiamo. Ora proviamo a farci delle domande (se ci sono persone intorno di cui ci fidiamo, proviamo a vedere a loro che effetto fa il nostro “racconto”). Stiamo dando la colpa a qualcuno? Per esempio, da quanto abbiamo scritto, l’intervistatore risulterebbe prevenuto. Ma è stata davvero tutta colpa di chi era di fronte e noi o abbiamo giocato un ruolo fondamentale nel come sono andate le cose? Come ci eravamo preparati? Che emozioni sentivamo? Ci sentivamo davvero pronti? Era il lavoro che sognavamo? Siamo andati spinti da qualcuno? Cosa avrà pensato di noi il reclutatore? Sono tutte domande che possono aiutarci a capire meglio cosa sia accaduto, non per farne un thriller da risolvere, ma per comprendere come abbiamo costruito la nostra verità in merito.

Gli INDIMENTICABILI INIZI

Nell’estate 2016 usciva questo articolo su Focus che riportava i risultati di una piccola indagine legata alla campagna social #PrimoMorsoDay, giornata, commerciale, dedicata alle prime volte indimenticabili. Su 4500 italiani, attraverso l’analisi dei loro pareri (metodologia WOA cioè, appunto, Web Opinion Analysis) monitorati online, si è scoperto quali sono le “prime volte” indimenticabili per gli italiani. Riporto in seguito, come da articolo, la TOP TEN:

1) IL PRIMO AMORE

2) LA NASCITA DEL PRIMO BAMBINO

3) LA PRIMA VITTORIA

4) IL PRIMO MORSO A UN NUOVO CIBO

5) IL PRIMO VIAGGIO SENZA LA FAMIGLIA

6) IL PRIMO MATRIMONIO

7) IL PRIMO BACIO

8) LA PRIMA MACCHINA

9) LA PRIMA VOLTA ALLO STADIO

10) IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Senza soffermarci sull’iniziativa, non c’è dubbio che sono tutti momenti a ragione importanti nella vita di ognuno. Lavorare sulle prime volte, ci sofferma sugli inizi dell’esperienza consapevole, momenti che hanno contribuito a costruire la nostra identità. Sono momenti in cui abbiamo realizzato un progetto (la macchina, andare allo stadio etc) legato alla libertà come alla passione.

Chiudi gli occhi
immagina una gioia
molto probabilmente
penseresti a una partenza
si vivesse solo di inizi
di eccitazioni da prima volta
quando tutto ti sorprende e
nulla ti appartiene ancora
N. Fabi “Costruire”

Le prime volte disegnano la nostra  vita, il nostro percorso come persone libere di essere, che cercano di essere indipendenti, autonome, amate. Scrivere su questi singoli aspetti, ci riporta a una immagine di noi più consapevole e reale e restituisce anche valore alle nostre scelte quotidiane, che forse nel tempo hanno perso di forza emotiva (non guidiamo più come facevamo allora quel vecchio catorcio di seconda mano, magari di una vecchia zia, che però per noi voleva dire  l i b e r t à !).

La prima volta ha sempre un posto importante nei nostri laboratori.

Molti esercizi su cui abbiamo lavorato, sono il frutto della riflessione sul potere della “Prima Volta che…”

Perchè nella “prima volta” risiede un potere particolare. In quel primo slancio verso un futuro che non si conosce, trova posto il meglio di noi, il sogno di quello che vorremmo, il desiderio di farcela, la paura che ci stimola ad andare avanti, il timore di quello che non si conosce e la consapevolezza di voler rischiare per arrivare dove vogliamo. Come potremmo non dare voce a tutto questo? Dal primo bacio al primo viaggio in aereo, le prime volte ci costruiscono e da loro possiamo imparare molto, per questo meritano attenzione.

Senza dimenticare che però, dopo il primo passo, il nostro viaggio deve andare avanti.

 

 

ARTICOLO A CURA DELLA DOTT.SSA MARZIA CIKADA, PSICOLOGA, PSICOTERAPEUTA, BLOGGER.

Il quaderno per i miei ricordi di mamma

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Pier Paolo Pasolini

Non ho una grande memoria. Il mio cervello, soprattutto, confonde le date e falsa i piani temporali. Quasi ogni evento che mi riguardi è categorizzabile in passato prossimo e passato remoto e presente. Già, perché il futuro non posso controllarlo e mi mette ansia. Ma questa è un’altra storia.

Tornando al tema dell’articolo, sono costretta ad ammettere che questa forma di amnesia coinvolge anche i ricordi con i miei figli. Ho sempre provato una sincera e benevola invidia per quei genitori che rammentano esattamente a quanti mesi il proprio figlio ha pronunciato mamma o papà, hanno impresso a fuoco il giorno in cui si è staccato dal bracciolo del divano per compiere i fatidici primi passi o il momento in cui il primo dente ha fatto capolino in quell’adorabile bocca tutte gengive e sorrisi.

La mia mente raccoglie e conserva immagini, odori, sensazioni, emozioni e suggestioni. Ma raramente colloca, appunto, gli aneddoti e i fatti nel tempo. Non avendo ancora trovato un rimedio efficace alla mia mente volteggiante, sono corsa ai ripari.

Per ognuno dei miei due figli ho creato un quaderno della memoria.

Ci scrivo da quattordici anni. Per il maggiore ho iniziato al momento della nascita, ho appuntato il peso e un sacco di prime volte: la prima poppata, la prima pappa, le parole buffe, i denti, la prima volta che è andato in bicicletta senza le rotelle (lui non lo sa, ma persino la prima cotta 😛 ). Non lo aggiorno con regolarità e sicuramente qualcosa ho scordato (strano, eh). Per la secondogenita ho iniziato prima, negli ultimi mesi della gravidanza.

Ogni tanto leggo loro qualcosa e, almeno, sono stata in grado di soddisfare la curiosità sui periodi della vita di cui non hanno memoria.

Ultimamente sto anche pensando di mettere in bella questi quaderni  e aggiungere foto e decorazioni.

Dato che il problema di tutti è sempre la mancanza di Tempo, Marzia ed io abbiamo pensato di inserire la creazione del Quaderno del Ricordo Paffuto come ultimo esercizio all’interno del Laboratorio dedicato alla maternità, un percorso di scrittura dedicato a tutte le mamme, da quelle ancora pancia-munite a coloro che hanno figli grandi.

Sarà un’esperienza bella ed arricchente poter creare anche il proprio quaderno tutte insieme! (Ovviamente sono ben voluti anche i padri!).

P.S.

Lo sai che ad ottobre torniamo con tante nuove proposte laboratoriali? Oltre a quello base, ce ne saranno di tematici (tra cui quello sulla maternità, ma anche sulle relazioni ed altri), i weekend fuori porta – in cui coniugare relax e scrittura e anche gli incontri individuali dove potrai scegliere tra Marzia e me e anche la sede che ti è più comoda (Torino con lei – Lucca o Milano con me).

Trovi tutti i dettagli QUI e se hai domande: SCRIVICI!

ARTICOLO A CURA DELLA DOTT.SSA Veronica barsotti, docente, autrice, BLOGGER.

 

La scrittura per affrontare un lutto

Sfogliavo pigramente la mia dose di informazioni online quando mi sono imbattuta in questo articolo di Concita De Gregorio (QUI).

La giornalista e scrittrice pubblica una testimonianza toccante: è la lettera di Maurizia, scritta a tre anni dal suicidio del marito. Quando l’assenza diventa presenza, quando il dolore diventa solido perché indigeribile e invivibile, ecco che la scrittura ci viene incontro.

La penna diventa uno dei pochi appigli che ci permette di non perdere noi stessi – la scrittura medicina, come la definisce efficacemente la De Gregorio – ma anche di non lasciar affievolire il ricordo della persona cara “Mauro aveva belle mani, abituate solo ad accarezzare i suoi amati libri e sfogliare i miei capelli. Ora faccio fatica a ricordarle…” o dei momenti condivisi, quei rituali apparentemente insignificanti che ci sostengono nella malinconia “Mi restano le nostre abitudini: il supermercato al giovedì.”

In questa lettera affidata ad una rubrica, Maurizia sa che le sue parole hanno un destinatario. Nelle orecchie di chi ci ascolta, così come negli occhi di chi ci legge con empatia e senza alcun giudizio, c’è sempre una mano tesa, un angolo protetto in cui abbandonarsi alle lacrime sapendo di poter ricevere un conforto, foss’altro nell’aver con_diviso parte di un fardello impossibile da portare da sola “Grazie di aver ascoltato la mia piccola storia. Le parole curano. Grazie”.

A differenza della scrittura diaristica in cui chi scrive è completamente rivolto verso se stesso (con le dovute specificità, ovviamente – c’è chi scrive sperando di essere letto, di lasciare una traccia, una memoria e chi invece morirebbe se sapesse che lo spazio intimo delle proprie pagine è stato violato) nella lettera il destinatario svolge un ruolo determinante: c’è qualcuno in ascolto.

E quello stesso ruolo lo troviamo all’interno dei gruppi, che svolgono non solo una funzione di cuscinetto, ma svolgono anche il ruolo di corpo pensante ed empatico che partecipa, consola e soprattutto accoglie.

Non isolarsi e confrontarsi è fondamentale anche e soprattutto nelle situazioni dolorose dell’esistenza, perché ci consente di ricomporre il nostro Io, così duramente messo alla prova dagli eventi.

ARTICOLO A CURA DELLA DOTT.SSA Veronica barsotti, docente, autrice, BLOGGER.