La sostanza è forma: le parole e l’abuso (e un esercizio)

“Non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia. Giordano Bruno”

È da poco trascorsa la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne, da mesi si susseguono i dibattiti sulla violenza: subita, denunciata, taciuta. Ci si interroga sulle cause, sui silenzi, sulla tempistica di una denuncia.

Non entrerò nello specifico del tema, non è questa la sede. Quello che mi preme comunicare è invece la necessità di elaborare un dolore che si reitera nel tempo, quando il trauma non viene affrontato nel modo corretto.

In assoluto, è ovvio e consigliato rivolgersi a un terapeuta, impossibile e pericoloso chiudersi in quel silenzio che spesso viene imposto alla vittima. Sappiamo che la maggior parte degli abusi avviene in famiglia e nelle relazioni affettive. Sappiamo che  il termine abuso racchiude non solo quello di natura sessuale, ma anche la manipolazione psicologica e, in generale, tutte le azioni esercitate da un rapporto di potere in cui un soggetto agisce violenza su un altro.

Affrontando il tema complesso non dal lato terapeutico, ma filosofico, emerge l’importanza della parola come contenitore del pensiero.

Non possiamo descrivere un dolore, se non possediamo i termini giusti; se non lo releghiamo in una forma, non possiamo maneggiarlo e disinnescarne la pericolosità psicologica.

Proprio per questo è necessario uscire dal silenzio, che non significa solo e soltanto denunciare (non tutt* trovano la forza, il coraggio e non sempre nell’immediato).

La scrittura è uno strumento potente di autodeterminazione proprio perché rende materia l’ineffabile, le emozioni, le sensazioni.

E se il dolore diventa materia, si può lavorare.

Ci sono volte in cui ti sei sentit* minacciat*,  violat*, manipolat*?

Vuoi provare? Ti proponiamo questo esercizio, poi – se ti va – puoi condividere con noi le tue impressioni.


ESERCIZIO: SCRIVERE IL DOLORE per vincerlo

Ogni mattina, appena svegli*, scrivi di getto per 15 minuti, senza pensare e senza staccare la penna dal foglio, ciò che ti viene in mente circa l’episodio di abuso (non necessariamente di tipo sessuale, come abbiamo specificato sopra). Non preoccuparti di dargli un senso, non soppesare le parole che usi e nemmeno i nessi che si creano tra di loro. Scrivi liberamente, senza censure. Appena finito, gira pagina e scrivi – con la stessa modalità – quali sono e quali sono state le risorse interiori che ti hanno permesso di salvarti.  Svolgi l’esercizio per 30 giorni. Sempre allo stesso modo.  Poi scrivici – se ne senti la necessità – e ci confronteremo insieme (non dovrai mostrarci ciò che hai scritto, non sarà necessario, a meno che non sia una tua esigenza).


ARTICOLO A CURA DELLA DOTT.SSA Veronica Barsotti, docente, formatrice, autrice, blogger.

 

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Oltre lo specchio del pensiero: l’importanza della prospettiva (e un esercizio)

Le parole sono nuove: nascono quando
in aria le lanciamo in cristalli
di delicate e dure risonanze.

Siam simili agli dei, quando inventiamo
nel deserto del mondo questi segni
come ponti che abbracciano distanze.

J.Saramago

Scipta manent, lo sappiamo. Le parole scritte sono pietre, sono solide, a volte sembrano minacciose e indelebili come l’inchiostro che le crea, altre si ammassano alla bocca dello stomaco. Eppure le parole scritte sono le ali più efficaci per staccarci da noi stessi e osservare noi e gli altri da un’altezza privilegiata. E poi tornare a noi, ma con occhi nuovi.

In molte culture la scrittura è considerata un atto magico, lo scrittore antico era spesso anche un capo spirituale, in grado di dialogare con le divinità e di farsi portavoce dei loro messaggi.

Anche noi abbiamo le nostre divinità. Vivono dentro di noi e le loro richieste non sono sempre comprensibili. I significati delle nostre azioni e dei nostri pensieri sono nascosti a noi stessi, confusi. La nostra mente ama giocare coi riflessi, le ombre e le paure.  Per questo scrivere è un modo di riappropriarsi del mondo interiore e di quello che ci circonda, di eventi dolorosi, di amori fugaci che hanno graffiato in profondità.

È importante tenere a mente – e questo è un aspetto che emerge sempre con una certa prepotenza durante i laboratori di Scrittura Nuda – che il ricordo non è MAI la rappresentazione esatta degli eventi per come si sono effettivamente svolti, ma una RIELABORAZIONE, opera delle nostre sinapsi. Per questo motivo, ad esempio, in una relazione d’amore finita male, ci sono sempre due versioni che non collimano tra di loro. E la scrittura ci aiuta a mettere ordine, perché visualizzare è già l’inizio di un processo di rimise en ordre.

Lo sanno bene le ultime partecipanti al nostro laboratorio sulle Relazioni d’amore, che si è svolto a Lucca un paio di settimane fa. Scrivere ci mette davanti alla nostra capacità di “Rigirarsi le frittate”, ovvero di raccontarsela  e di credere che la nostra opinione del momento sia l’unica prospettiva possibile e che sia immutabile.  Siamo bravissime a trovare alibi laddove non servono e a massacrarci senza nessuna pietà.

Il confronto degli elaborati scritti con il gruppo è prezioso:  la voce degli altri ci coccola e ci chiede, senza mai essere giudicante; ma soprattutto ci ASCOLTA. E non è un caso se nella lingua sumera la parola “orecchio” significa “saggezza”. Ogni gruppo è diverso e speciale. Questo ultimo è stato particolarmente curativo. Era composto da donne di età diversa e diversa formazione. Ognuna d loro era lì per motivi diversi. Che emozione è stata, veder emergere una sorellanza autentica e protettiva tra la partecipanti, un rapporto temporaneo eppure così forte; difficile da spiegare a chi non era presente. Quello che ho visto io, dalla mia comoda postazione di Osservatrice Non Partecipante è stato il cambio di prospettiva sulle aspettative, le necessità per le quali avevano deciso di partecipare al laboratorio e anche le riflessioni.

Per questo motivo, abbiamo deciso di regalarvi questo esercizio.


Esercizio: lettera doppia.

Materiale: carta e penna o un foglio digitale (anche se noi preferiamo la carta e la penna perché attivano maggiormente ricordi, riflessi e coinvolgono più aree del cervello).

Esecuzione: pensa al torto più grande che pensi di aver subito in una relazione (può essere riferito a una coppia di amanti, ma anche a una coppia genitore-figlio, tra fratelli e così via). Scrivi una lettera in cui ti sfoghi e manifesti il tuo punto di vista. Non pensare allo stile, lascia che emerga in tutta la sua purezza. Dopo averla scritta, lasciala riposare un giorno o due. A quel punto rileggila. Dopo di che rimettila via. Adesso sei l’accusat*. Sta a te difenderti e dire la tua. Puoi giustificare le tue azioni e spiegare, ma anche manifestare disappunto, rabbia, tristezza. Confronta le tue lettere e scrivine una terza. Adesso sei il giudice di un processo che si trova a mediare tra i due imputati.

Cosa è venuto fuori da questo carteggio? [Se ti fa piacere, puoi anche condividerlo con noi, sia mandandoci una email che commentando questo articolo].


Emergono sempre parole impreviste, riflessioni che non credevamo avremmo mai potuto elaborare. E invece la scrittura smuove, scava, butta all’aria.

Non è una passeggiata semplice, ma il viaggio è stupendo e si svolge in sicurezza.

Ti aspettiamo al prossimo laboratorio. A Torino, il 3 Dicembre.

ARTICOLO A CURA DELLA DOTT.SSA Veronica barsotti, docente, formatrice, autrice, blogger.